Royal Beef – quello che mancava

Avete presente quella sensazione che, entrando in un posto nuovo, vi fa dire “finalmente”?

Beh, questo è quello che è successo a me entrando qui, da Royal Beef.

Finalmente un posto nuovo. Finalmente il locale che mancava.

La prima cosa che ho provato entrando qui è stata, lo devo ammettere, una leggere sensazione di mista inquietudine e stupore. Da una parte c’è l’aspetto a tratti tetro e cupo del locale, dai colori scuri e una divisione un po angusta degli spazi. Dall’altra c’è l’obiettiva bellezza del locale dal carattere sbarazzino, deciso e accattivante.

Che si tratti forse del primo caso di un ristorante dalla doppia personalità?

Ad ogni modo, il personale giovane e gentile mi fa accomodare. Prendo posto e mi getto a capofitto sul menu, ho fame.

Il menu prevede due formule, quello classico della carta e quello del percorso a degustazione.

Non ho dubbi, scelgo il degustazione – cosa la cucina sceglie di farmi assaggiare è sempre una curiosità troppo grande. Sette portate: quattro entrees, un primo, un secondo e il dolce. Sono già piena.

Il percorso si apre con una tartare “nuda e cruda”, servita con delle punte di salsa a fianco.
Niente, assolutamente niente, da dire. Buona. Tenera, fresca, saporita. Ho quasi pensato di farmene portare un’altra.

Procediamo con un carpaccio, un mini burger di sfilacciato, per finire con mezza pagnottina fatta da loro ripiena di spezzatino e broccoletti fritti. Con del fondo servito a parte da versare sopra, ovvio. Una vera goduria. Ancora ne sento il profumo.

E’ il momento del primo: una tagliatella fatta in casa con ragu di chianina al coltello. Buono, saporito, ma nulla di eccezionale.

Nel frattempo, inutile dirlo, mi facevo compagnia con una bottiglia di rosso. Un Bolgheri, per l’esattezza, del quale il direttore di sala mentre me lo serviva mi ha deliziata delle sue caratteristiche, nonchè di alcuni aneddoti vissuti con il proprietario della cantina della bottiglia in questione.

Mentre riprendo fiato dal pasto appena terminato, vedo avvicinarsi di fianco a me un carrello, in legno, con due dosatori per il sale, un tagliere e un coltello. Che sia il momento della carne? Non vedo l’ora. Sono già piena, ma il pezzo forte qui sembra essere proprio lei, la carne, dunque non posso che farmi spazio.

Trascorre qualche minuto, più di uno in verità, ma poi arriva. Il primo taglio, servito e porzionato proprio davanti a noi da uno chef, mentre il cameriere ci illustra cosa andremo a mangiare.

Per prima assaggiamo una tagliata di fassona piemontese, servita con un pizzico di sale maldon, e basta.

Tenera che sembra burro. Delicata e gustosa al tempo stesso.

Non riesco a credere di riuscire finalmente a mangiare della carne così buona nella mia città. Finisco, a fatica, ma noto che il carrello della carne è ancora vicino a me. Ma le portare non sono finite?
Faccio la vaga, e aspetto.

Ma ecco che ne arriva un’altra. Vogliono farci provare un altro taglio. Questa volta ci spostiamo un po più lontano, esattamente dall’altra parte del mondo, è il turno di un angus australiana… E che ve lo dico a fare!

Un sapore decisamente più deciso, ma niente da dire in merito a tenerezza e cottura. Un gusto pieno, che riempie la bocca, pur rimanendo ruffiana. Vorrei portarle a casa, e mangiarne per un’altra settimana – almeno.

Sospiro, ora è davvero finita. Manca il dolce, ma ce la posso fare.

Un tiramisu, che peccato. Non tanto perchè non è uno dei miei dolci preferiti, piuttosto perchè non aveva molto le sembianze di un tiramisù. Ragazzi, ma il biscotto?

Mi spiace che abbiate compiuto uno scivolone proprio sul finale. Mi aspettavo una piccola coccola più gustosa, ma sarà per la prossima volta.

A salvare la situazione, però, c’è stato il limoncello e il mirto offerti alla cassa da Marco, il direttore. I buoni vecchi prodotti “casalinghi” che sanno aggiustarti la cena, e non solo. 

By Federica Vitali

Food Blogger

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